L’orrore non ha età

di Marina Benedetti e Rosa Ferrante

Forse siamo un po’ in ritardo, avevamo bisogno di riflettere e di metabolizzare l’orrore.

Una donna, una ragazzina, accoltellata e bruciata viva per gelosia da chi sosteneva di amarla, l’ennesima violenza perpetrata ai danni delle donne in quanto tali;  siamo assuefatti a queste tragedie quotidiane, ma stavolta colpisce come un pugno nello stomaco la giovanissima età dei protagonisti. Lei, Fabiana, 16 anni; lui, fidanzato, 17.

E’ passato un po’ di tempo da quando avevamo quell’età, ma non abbastanza da scordare, almeno a grandi linee, quel periodo certamente difficile per tutti. Certo, c’erano teppistelli e bulletti, compagni dispettosi o aggressivi ma non ricordiamo, francamente, situazioni così tragiche e complicate, o soggetti tanto violenti; ricordiamo che ci si preoccupava dei voti a scuola, che si formavano gruppetti in classe e si prendevano in giro o emarginavano compagni antipatici, le prime cotte, qualche vandalismo, ma questi livelli di aggressività non fanno parte della nostra memoria. Forse l’ambiente era particolarmente “tranquillo”e di certo tante cose sono cambiate; si ha l’impressione che oggi “si salti un passaggio” nella crescita, fiondati dall’infanzia all’età adulta senza passare attraverso quella fase difficile ma importante che è l’adolescenza appunto. Certo le famiglie distratte e una società dove l’imperativo è “ avere” e non “essere” non aiutano certo le nuove generazioni a crescere e ad assumersi le responsabilità delle loro azioni, e se ad un ragazzo di 17 anni viene in mente di torturare ed ammazzare in quel modo la fidanzatina sedicenne qualche spunto di riflessione tutti quanti dovremmo trovarlo e farci un bell’esame di coscienza, a cominciare dai media che ancora una volta trattano questi casi con le parole sbagliate, “delitto passionale“ “anche lui una vittima“ (ma di chi?). Di fronte a certe espressioni c’è di che indignarsi e preoccuparsi; spesso quando si parla di casi di violenza si usa, inoppurtanamente, “erano dei bravi ragazzi “, ma i bravi ragazzi non escono di casa armati di coltello e taniche di benzina; i bravi ragazzi sanno scindere il bene dal male; non sono “vittime” delle loro azioni. Chiamiamo le cose con il loro nome per rispetto dell’unica vera vittima, che non ha potuto scegliere di non morire; si è difesa fino allo stremo, ha implorato ma non ha avuto scelta. Rispetto che non può prescindere dalle parole se vogliamo veramente responsabilizzare ed educare i nostri giovani. Parole e allusioni: se ti stuprano è perchè in qualche modo te la sei cercata; se tuo figlio ha stuprato è colpa tua, che sei la madre; se ti uccidono è perchè (povero) era geloso, perchè le relazioni sono conflittuali e dulcis in fundo: “Perché la madre ha una storia con un’altro uomo”, tutto il paese sapeva e lui evidentemente soffriva (ancora povero!) di queste “corna pubbliche”.

Viva il diritto di cronaca, ma se qualche giornalista riuscisse, una volta tanto, ad evidenziare le ragioni “vere” di questi fatti sarebbe un bel passo avanti. La violenza di genere è un fatto sociale e culturale che prescinde dai particolari della dimensione privata degli attori ed ha radici nella disparità di potere tra i sessi.

“Io, che sono una madre, con mio figlio ho commentato l’accaduto. E quando mio figlio ha detto (perché lo ha detto, purtroppo) “magari l’ha uccisa perché lo ha tradito”, io ho replicato: e ti sembra una ragione sufficiente per uccidere qualcuno? Esiste una buona ragione per uccidere qualcuno, secondo te? Spero ci abbia riflettuto su. Perché un figlio ha una sola mamma, a casa, mentre appena esce dalla porta incontra un sacco di persone ed è bombardato da una mole di messaggi che forse sono meno autorevoli, ma sono davvero tanti…” (citazione)

Ellekappa

Immagine tratta da repubblica.it

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