Referendum abrogativo privilegi consiglieri regionali. Respinte le richieste referendarie.

Pubblichiamo il comunicato di COREtrentino:

L’Ufficio Centrale per il Referendum Abrogativo ha respinto le nostre richieste referendarie.

Lo ha fatto apprezzando il nostro lavoro, ci ha notificato l’atto, quando la legge non lo avrebbe previsto, ma lo ha fatto. Accogliendo così l’interpretazione secondo la quale nell’anno precedente le elezioni non si possono depositare richieste di referendum

Tale interpretazione era da noi conosciuta, ma ritenuta ormai lontana nel tempo e assolutamente legata al contesto in cui fu emessa l’ordinanza della Cassazione che la contiene: il 1992.

All’epoca l’orientamento di interpretare il termine “anno” come 365 giorni era prioritario, ma prevalse la necessità (politica?) di salvare i referendum di Mario Segni. Così il termine “anno” fu interpretato come “anno solare” precedente alle elezioni.

Interpretazione che lede moltissimo il diritto di effettuare referendum, sottraendo ai cittadini, per 26 mesi su cinque anni, un diritto che la Costituzione (art.75) prevede privo di limiti.

L’intenzione è quella di opporci a tale sistema, con l’aiuto di un gentilissimo legale veronese, appassionato di democrazia diretta.

Naturalmente rispettiamo la decisione dei magistrati, ma utilizzeremo ogni mezzo per difendere le nostre prerogative di cittadini. L’idea è di adire la Corte Costituzionale.

I tempi sono maturi per un’azione politica forte, che ci liberi dalle pastoie di uno Stato bizantino e volto ad eliminare tutto ciò che i Padri Costituenti ci hanno consegnato.

Pubblichiamo, per corretta informazione e sollecitando il parere di chi ha voglia e tempo di leggerla, il testo della memoria depositata lo scorso giovedì 27 settembre, nel tentativo estremo di difendere il nostro lavoro:

ALLA CORTE DI APPELLO DI TRENTO

UFFICIO REGIONALE PER IL REFERENDUM ABROGATIVO DI LEGGI

REGIONALI DEL TRENTINO ALTO ADIGE

OGGETTO: MEMORIA DIFENSIVA

Lo scrivente Comitato Referendario Trentino Alto Adige (in seguito denominato CORE TAA), porta all’attenzione dell’illustrissimo Ufficio Centrale per il referendum abrogativo di leggi regionali del Trentino Alto-Adige argomentazioni ulteriori rispetto a quanto già contenuto nella memoria di accompagnamento ai moduli di raccolta delle sottoscrizioni, depositata, insieme ai quesiti referendari e alle sottoscrizioni stesse, in data 9 giugno 2012.

I promotori dei quesiti referendari in oggetto si posero, doverosamente, al momento del deposito delle firme a sostegno dei quesiti stessi, il problema della interpretazione del limite temporale posto, in ordine al deposito di richieste di referendum abrogativo, dall’art. 2 del DPGR 23 febbraio 1984 n. 3L ( art.1bis della L.R. 24/6/1957 n.11).

Un limite temporale analogo infatti, presente anche all’art. 31 della legge 352/1970, fu oggetto di una ordinanza emanata dall”Ufficio centrale per il referendum costituito presso la Corte di cassazione il 23/10/1992. Ordinanza secondo la quale il termine “anno” è da intendersi come se fosse seguito dal termine “solare”, omesso dal legislatore.

La pronuncia è comunque risalente ed estremizza, in modo datato visti i tempi, quella che si ritiene essere stata l’ispirazione della legge di attuazione dell’art. 75 della Costituzione.

Una ispirazione, secondo molte fonti dottrinali volta a precludere la sovrapposizione di due competizioni, quella elettorale e quella referendaria.

Ciò poteva essere vero quando le consultazioni elettorali si tenevano, sia a livello nazionale che regionale, a scadenze regolari, con frequenza normale, ed erano relative alle sole elezioni politiche o amministrative. Oggi gli appuntamenti elettorali, come le realtà territoriali, si moltiplicano a dismisura: nel corso dell’ultima legislatura consiliare regionale (dall’autunno 2008) si sono tenute, in Trentino Alto Adige, elezioni di vario tipo almeno ogni anno. Tralasciando quelle comunali (2009 e 2010), dal 2008 si sono tenute elezioni europee, elezioni per la costituzione degli organi delle Comunità di Valle, referendum nazionali e provinciali (in Trentino).

Ed è innegabile che ciascuno dei diversi momenti elettorali tenda ad innescare un profondo confronto interpartitico, con l’applicazione di normative riguardanti la par condicio, limiti ai dibattiti e alla trasmissione televisiva delle sedute dei consigli regionali, provinciali e comunali.

L’intersecarsi dei momenti elettorali, è ormai inevitabile dal punto di vista politico e, paradossalmente, auspicabile dal punto di vista strettamente economico.

Nel 2000, per esempio, si tennero in Lombardia le elezioni regionali (16 aprile) e il 21 maggio i seguenti 7 referendum :

• Lavoro – Disciplina dei licenziamenti individuali – Art. 18 Statuto dei lavoratori

• Sindacati – Trattenute associative e sindacali

• Giustizia – Separazione delle Carriere dei magistrati

• Giustizia – Sistema elettorale del CSM

• Incarichi extragiudiziari dei magistrati

• Sistema elettorale maggioritario – abolizione quota proporzionale

• Finanziamento pubblico – Abolizione dei rimborsi elettorali .

Accorpare questi appuntamenti elettorali avrebbe, come in altri casi, fatto risparmiare molto denaro pubblico e contribuito ad evitare una progressiva disaffezione verso l’esercizio del fondamentale diritto/dovere di voto.

Limitare la possibilità di ricorrere all’unico strumento di democrazia diretta in grado di incidere (sia pure limitatamente all’abrogazione di leggi) sull’attività legislativa degli organi rappresentativi (i quali invece sono liberi di legiferare, sciogliere anticipatamente le proprie assemblee attraverso dimissioni o voti di sfiducia) pare ingiusto e discriminatorio verso i cittadini, progressivamente ridotti a spettatori di una democrazia che dovrebbe invece avere al centro l’interesse e la cura del “popolo sovrano”.

La congiuntura che stiamo vivendo accentua l’esigenza di garanzie. E la crisi economica unita agli scandali continui che vedono protagonisti personaggi in grado di vedere tutelata la loro posizione di rappresentanti istituzionali a fronte di una quasi inesistente tutela dei cittadini elettori, rende indispensabile un ritorno alla fonte certa ed indiscutibile data dalle disposizioni letterali dell’art. 75 della Costituzione.

Con i limiti di contenuto, ripresi dalle leggi di attuazione nazionali e regionali, ma senza i limiti temporali istituiti a tutela di un sistema partitico fortemente screditato.

L’interpretazione del termine “anno” come “solare” impedirebbe la votazione referendaria per un tempo eccessivamente lungo, comprimendo oltre misura e senza apprezzabile ragione i diritti politici dei cittadini” (Luciani, Art. 75 in Commentario alla Costituzione fondato da G. Branca e continuato da A. Pizzorusso, 271).

L’interpretazione “anno di calendario” e non “anno solare” che, a parere dello scrivente Comitato, deve essere attribuita alla formulazione legislativa “anno precedente a” ,è confortata in particolare dalle seguenti considerazioni.

Ai sensi dell’art.12 delle disposizioni sulla legge in generale, l’interpretazione dei testi legislativi va condotta secondo il senso fatto palese dal significato proprio delle parole. Questa primazia della interpretazione letterale non può essere eclissata, soprattutto quando trattasi di espressioni usate dal legislatore in più testi, con conseguente riscontro e conferma dell’esatto significato.

L’espressione in discussione è quella di “anno precedente a”, e non può esistere dubbio che tale espressione riferita a un fatto, comporta un computo a ritroso del termine dal giorno della verificazione del fatto al compimento dei dodici mesi antecedenti.

Così accade, ad esempio, quando, per le azioni revocatorie fallimentari, si deve determinare il periodo “sospetto” costituito appunto dall’anno o dal biennio precedente il giorno della dichiarazione di fallimento.

Sarebbe paradossale ritenere che l’anno o il biennio in questione sia quello solare, che è terminato prima dell’inizio del nuovo anno nel quale si è verificata, per stare all’esempio ora portato, la dichiarazione di fallimento.

Ne risulterebbe una ingiustificata amplificazione del periodo “sospetto”, tra l’altro variabile, nel senso che ad es. se la dichiarazione di fallimento avvenisse il 30 aprile 2010, sarebbero revocabili gli atti compiuti nei 16 mesi precedenti e cioè l’anno solare 2009 più quattro mesi dell’anno in cui si è verificata la dichiarazione di fallimento;mentre se questo fosse stato dichiarato il 30.11.2010, il periodo “sospetto” diventerebbe addirittura di 23 mesi.

Un effetto parimenti paradossale si verificherebbe accettando l’interpretazione qui contrastata anche con riferimento alla possibilità di raccolta e deposito delle firme referendarie.

Risulta chiaro, infatti, che se le Camere fossero costituite, ad es., nell’aprile di un certo anno, il periodo di interdizione sarebbe in concreto di 14 mesi, mentre se fossero state costituite nel mese di novembre, sarebbe di ben 23 mesi.

Anzi, poiché il periodo di interdizione si estende ai 6 mesi successivi alla data di convocazione dei comizi elettorali, avremmo in definitiva che il periodo di interdizione potrebbe allungarsi ulteriormente e occupare in tal modo uno spazio temporale pari circa alla metà di una legislatura.

Tutto ciò costituirebbe una pesantissima compressione del diritto costituzionale all’esercizio del referendum abrogativo, certamente non giustificato da opinabili considerazioni circa gli effetti psicologici sull’elettorato della concomitanza tra prova referendaria e consultazione politica.

Si aggiunga a tutto ciò il fatto che, in Trentino Alto Adige, la legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2 recante “Disposizioni concernenti l’elezione diretta dei presidenti delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano” ha prodotto una modifica delle leggi elettorali per cui l’elezione del Consiglio regionale è in realtà la somma di due differenti elezioni: quella del Consiglio provinciale di Trento (L.P. 5 marzo 2003 n.2) e quella del Consiglio provinciale di Bolzano (L.P.14 maggio 2003, n. 4).

A fronte di ciò, il disinteresse del legislatore regionale verso il diritto dei cittadini ad effettuare referendum abrogativi di leggi regionali (possibili almeno fino a quando la Regione esisterà e legifererà) si è spinto fino a non adeguare la normativa in materia referendaria alla riforma costituzionale del febbraio 2001, che ha di fatto svuotato il ruolo del Consiglio regionale, rendendolo semplice somma dei Consigli provinciali di Trento e Bolzano. Sicché nell’immutata formulazione della legge istitutiva del referendum abrogativo di leggi regionali (L.R. 24/6/1957 n.11 trasposta nel DPGR 23 febbraio 1984 n.3L) trova ancora spazio il riferimento ad una consultazione elettorale di fatto ormai inesistente per un organo rappresentativo tuttora in vita, ma con modalità costitutive diverse da quelle originarie.

In relazione alle date in cui si sono svolte le elezioni per il rinnovo dei Consigli Provinciali di Trento e di Bolzano (rispettivamente 9 novembre e 26 ottobre 2008), il deposito delle sottoscrizioni a sostegno dei quesiti proposti da CORE TAA, poteva avvenire, secondo l’interpretazione letterale della legge istitutiva, fino al 29 settembre 2012.

L’interpretazione che vorrebbe invece aggiungere l’aggettivo”solare” (del tutto inesistente nel testo) al sostantivo “anno”, impedirebbe il deposito di richiesta di referendum ( intendendo per richiesta il quesito corredato dal prescritto numero di sottoscrizioni) per l’intero anno 2012, l’intero anno 2013 e un periodo variabile tra il 16 febbraio e il 3 aprile 2014.

Calcolando quindi una regolare legislatura consiliare di cinque anni, resterebbero utilizzabili interamente solo il 2015 e il 2016 per effettuare un completo iter referendario, dal momento che il 2014 sarebbe utilizzabile solo parzialmente (per i promotori la procedura referendaria può prendere le mosse dal 1 gennaio e deve concludersi ex lege entro il 30 settembre) mentre il 2017 sarebbe già compromesso dalle scadenze elettorali dell’anno successivo.

Nel dettato costituzionale questa disparità di trattamento tra la potestà legislativa degli organi rappresentativi e quella (già limitata alla sola possibilità di abrogazione) referendaria manca totalmente.

Significativa appare, a parere di CORE TAA,la formulazione dell’art. 27 comma 1 dello Statuto di Autonomia del TAA antecedente alla modifica statutaria del 2001. In esso si prevedeva: “Il Consiglio regionale è eletto per cinque anni. Il quinquennio decorre dalla data delle elezioni”.

L’attuale Statuto, modificato dalla legge costituzionale 31 gennaio 2001 n. 2, prevede, all’art.30:

“1. Il Consiglio regionale elegge tra i suoi componenti il Presidente, due vice Presidenti e i Segretari.

2. Il Presidente e i vice Presidenti durano in carica due anni e mezzo.

3. Nei primi trenta mesi di attività del Consiglio regionale il Presidente è eletto tra i consiglieri appartenenti al gruppo di lingua italiana. Per il successivo periodo il Presidente è eletto tra i consiglieri appartenenti al gruppo di lingua tedesca …”

Sembra improponibile che tali termini decorrano da periodi diversi rispetto a quelli dell’elezione; quindi, se i termini di durata delle cariche di Presidente e Vicepresidente sono computati in 365 giorni dall’inizio del mandato, sembra poco sostenibile che ciò debba non essere valido anche per il deposito delle richieste di referendum.

Vi è quindi una pacifica violazione al dettato costituzionale, dell’articolo 123 correlato con il secondo comma di cui all’articolo 3, della nostra Carta.

Ovvero, l’art. 3 Cost. intende promuovere il pieno sviluppo della personalità di ciascuno, sul fondamento che non può esservi dignità umana se non è garantita a tutti l’essenziale capacità di esercitare i diritti fondamentali (NUSSABAUM, SEN).

Possiamo quindi parlare di una legge ostativa che discrimina la libertà di partecipazione dei cittadini stessi, alla vita politica, che dovrebbe appartenere al popolo, così come sancito dal primo articolo costituzionale “L’Italia è una Repubblica democratica”.

Il termine previsto, per il deposito, nell’anno (solare, anche se non specificato) non può andare a violare il diritto sacro, che è humus della nostra Democrazia, ovvero la partecipazione dei cittadini.

Per di più, termine che non è stato palesemente ignorato o disatteso, ma si discute di un’equazione tra termini, sic et simpliciter, sulla base di un’unica Ordinanza, che se pur Autorevole, è sicuramente anacronistica, e deve essere considerata valutando il caso in esame di quel tempo (vent’anni fa…), ora difficilmente riportabile per analogia ad un sistema regionale totalmente mutato.

Per i motivi su esposti, in aggiunta a quanto già esplicato nella memoria depositata a corredo delle sottoscrizioni ai quesiti referendari presso l’Illustrissima Corte d’Appello di Trento in data 9 gennaio e riproposta in allegato a questi elementi ulteriori di chiarimento, CORE TAA

CHIEDE

IN VIA PRIMARIA: di voler valutare come regolare il periodo di deposito delle sottoscrizioni a corredo dei due quesiti referendari volti ad abrogare totalmente e parzialmente la L.R. n. 2 del 1995.

IN SUBORDINE: vista l’impellente necessità di evitare che gli sforzi compiuti dai Comitati Promotori di iniziative referendarie (sempre più numerose peraltro) siano vanificati da una non congrua aggiunta di limiti oggettivi, ulteriori rispetto a quelli previsti dall’articolo 75 della Costituzione, CORE TAA chiede che l’illustrissimo Ufficio Centrale per il referendum abrogativo di leggi regionali del Trentino Alto-Adige voglia inviare l’esame dell’art. dall’art.2 del DPGR 23 febbraio 1984 n.3L (art.1bis della L.R. 24/6/1957 n.11) alla Corte Costituzionale al fine di accertare una sua possibile contrarietà al dettato dell’art. 75 della Costituzione, in quanto volto a limitare per un eccessivo periodo di tempo l’esercizio del fondamentale diritto dei cittadini ad effettuare un referendum abrogativo di leggi regionali.

CORE Trentino – Alto Adige

 

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