“A Lia”

L’incontro organizzato dalla nostra associazione e tenutosi ieri, 8 maggio, dal titolo “Insieme contro la violenza sulle donne” ha suscitato tante emozioni e anche rabbia verso uno dei problemi più gravi che caratterizzano la società odierna. E ha confermato, ancora una volta, quanto sia importante parlarne ed informare.
Un ringraziamento va alle relatrici Barbara Bastarelli, Elena Baggioni e Giuliana Franchini, alla moderatrice Paola Siano, al pubblico presente e, non per ultima, all’Assessore alla Solidarietà Internazionale e alla Convivenza della Provincia di Trento, Giovanazzi Beltrami che, pur non potendo essere presente, ha voluto inviarci un suo saluto.

Per raccontare la serata abbiamo scelto di riportare lo scritto della nostra Presidente, Marina Benedetti, che ha indrotto nel migliore dei modi il successivo dibattito:

Non è l’anniversario della sua morte, e nemmeno il suo compleanno. La sua è solo una delle tante, troppe, storie sbagliate, ma il solo fatto di essere qui stasera, di aver sentito il bisogno di organizzare una serata su questa tematica la dice lunga riguardo a quanta strada ancora si debba fare. Una strada da percorrere insieme, uomini e donne, una strada lastricata di buone intenzioni, ma anche di cattivi pensieri, di amore e di odio, di comprensione e di rancori, fatta di pregiudizi e differenze disconosciute.

Lia è morta all’angolo di una strada, ammazzata dall’uomo che aveva amato, dal padre di suo figlio, dalla persona che le aveva giurato di amarla e di proteggerla. L’hanno trovata in un lago di sangue, massacrata perchè aveva deciso di vivere, di lasciarsi alle spalle una non-vita, fatta di ricatti, di minacce, di piccole e grandi violenze quotidiane. Una vita alla quale tante donne sopravvivono nonostante tutto.

Ma perchè le donne accettano tutto questo? Per paura, ma anche per la vergogna di essere umiliate ed incapaci di ribellarsi, o per timore del giudizio della collettività. Spesso le donne tendono ad annullarsi nella coppia, pericolosamente, vedono nell’essere di qualcuno l’unica ragione di essere, per timore della solitudine. Spesso non prestano sufficiente attenzione ai primi segnali. Quando si avverte lo scricchiolio dell’ingiuria, si dovrebbe guardarlo per quello che è, amore no di certo.

Succede in continuazione, non solo a donne povere, non solo in paesi del mondo che definiamo arretrati, non solo in culture che diciamo violente. La violenza sulle donne è trasversale a culture, ceti sociali, etnie o religioni.

E’ veramente impressionante il numero di violenze domestiche e di omicidi che riguardano le donne, il cui movente è tragicamente sempre lo stesso: il possesso.

La donna viene fatta oggetto di violenza e muore perchè si ribella o semplicemente vuole andarsene, perchè sceglie un altro uomo. Scusanti che per la società dovrebbero risultare un’aggravante ma che, paradossalmente, portano a uno stato di comprensione per il pover’uomo che ha massacrato, non per la vittima, che diviene solo una rappresentazione macabra fine a se stessa. Ci limitiamo ad ascoltare il caso del giorno, solitamente relegato alla cronaca nera locale, pensando che si tratti, appunto, di un caso, non riflettiamo mai sulla sistematicità ma sopratutto sulla legittimazione della cosa.

Le donne vengono quotidianamente maltrattate, picchiate, stuprate e uccise, ma il pensiero comune è che, in fondo in fondo se la siano cercata. Fino a quando non accade a qualcuno che conosciamo bene, e solo a quel punto, ci rendiamo conto dell’impotenza, nostra e sua.

Ma la nostra società ipocrita, al fine di esorcizzare il timore di avere la bestia dentro di se, ha trovato un capro espiatorio. Chi violenta e uccide le donne? Marocchini, Albanesi..Rom.. il diverso, l’intruso insomma! Pensiamo ad esempio alle fiaccolate contro, non a supporto delle vittime. Qual’è il messaggio di queste iniziative? La donna italiana è oggetto di proprietà.

Il violentatore, l’assassino per evitare le fiaccolate finalizzate al linciaggio, deve avere un pedigree di pura razza italiana.

Ma se la violenza fa rabbia solo quando è fatta da «stranieri», diventa simbolo di mancanza di sicurezza, di degrado e di una guerra per il controllo del territorio. Insomma, la violenza indigna quando si carica di una battaglia più ampia di quella della difesa delle donne, una battaglia in cui le donne si trovano ancora una volta«oggetto», in quanto proprietà collettiva di un gruppo contro un altro.

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