Oltre l’8 marzo

C’è chi festeggia, chi sente di non aver nulla da festeggiare, chi rifiuta sdegnosa la mimosa d’ordinanza e c’è chi sente il peso di esser donna l’8 marzo come il giorno dopo.

Sul fatto che l’8 marzo non sia una festa siamo quasi tutti d’accordo; non dimentichiamoci però che rappresentiamo l’altra metà del cielo, quindi numericamente interessanti, appetibili per il mercato, e insieme agli uomini, considerate mere consumatrici. Perchè stupirci allora delle tante offerte più o meno allettanti che, ristoranti, fiorai e locali dedicano a questa giornata?

L’8 marzo non è nato come una festa e chi sa, non dimentica, ma la maggioranza, in questa occasione, accetta acriticamente di rappresentare una specie di immagine riflessa dell’uomo, come se i gusti del pubblico femminile siano  speculari a quelli del pubblico maschile.

Si potrebbe pensare che non ha più senso “festeggiare” la donna, quanto meno  non nel mondo occidentale che tanto si vanta  di avere mentalità aperta, di essere portatore sano di diritti e libertà, oppure al contrario ci si potrebbe soffermare sulle  rivendicazioni di diritti che appaiono ancora miraggi lontani o se la donna  sia giunta semplicemente a poter festeggiare le proprie conquiste.
Eppure  i dati  sull’universo femminile in Italia non sono certo fonte di ottimismo. Un universo fatto di lavoro, precarietà, fatica e discriminazioni più o meno sottili, di soprusi, di quotidiane violenze che, quando sfociano nella cronaca nera, i giornali si ostinano a definire “delitti passionali”. Cosa ci sia di passionale nel picchiare e massacrare una donna non ci è dato sapere.
Ma c’è altro, qualcosa di più sottile, capillarmente diffuso, la  discriminazione che  relega la donna al ruolo che storicamente le è stato assegnato, quello a lei più congeniale quello della “donna-oggetto” termine talmente abusato fino a  svuotarsi  di significato.

Mentre una donna ogni due giorni viene uccisa in famiglia, i media continuano  a rappresentarla come strumento di piacere, come merce in vendita, a frammentare il corpo femminile e quindi la sua identità. Credo che il femminicidio non si perpetri solo con l’eliminazione fisica, ma anche attraverso gli stereotipi che uccidono la dignità fino a indurre le donne, sopratutte le giovani  più esposte al martellamento mediatico,  a sentirsi inadeguate,  se non hanno un fisico spendibile sul mercato, e gli uomini a ritenerle merce acquistabile in funzione della qualità del “prodotto”. E’ chiaro e inevitabile a questo punto l’inquinamento dei rapporti fra i due sessi perchè non ci può essere equilibrio, parità o dialogo  dal momento che chi consuma  si pone sempre  in una posizione di dominio, non solo in termini economici, rispetto al “prodotto”.

Di questo ed altri aspetti vorremmo discutere con voi nelle nostre prossime iniziative, una delle quali già definita e l’altra in fase di elaborazione.

L’8 maggio abbiamo organizzato un dibattito aperto al quale parteciperanno Barbara Bastarelli, responsabile del Centro Antiviolenza di Trento, Elena Biaggioni avvocata specializzata in violenza di genere e Giuliana Franchini psicoterapeuta e autrice del libro ” Se l’amore ferisce”. Seguiteci nelle prossime settimane per tutti gli aggiornamenti.

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