Gli invisibili di Trento

Da il quotidiano ” Il Trentino”:

Trento.  Le forze dell’ordine hanno sgomberato stamattina a Trento l’ex Italcementi, dove 16 stranieri avevano trovato un riparo di fortuna. Si tratta di sei uomini di origine romena e dieci africana, con regolare permesso di soggiorno e occupazioni occasionali.

La notizia di qualche giorno fa  e la coincidenza fortuita per cui mi sono trovata a passare davanti all’ex italcementi, mentre si concludevano le operazioni di sgombero; che brutta parola sgombero…ti viene in mente qualcosa di vecchio, polveroso e inutile di cui ti devi disfare! La notizia, dicevo  mi ha fatto riflettere sulla condizione disperata di quegli uomini, colpevoli solo di cercare in un paese lontano dal proprio la sopravvivenza, e in questo caso senza nemmeno l'”aggravante” di essere clandestini.

Vogliamo riflettere? chiederci ad esempio, prima di irritarci, chi sono quei giovani insistenti che chiedono l’elemosina  davanti ai supermercati, che si improvvisano parcheggiatori o che ci rincorrono  per spingere il carrello? Ci chiediamo mai da dove vengono, e perché, quegli uomini  che ci importunano al ristorante per venderci delle rose? Rose destinate ad appassire in poche ore, come appassiscono le loro vite sotto il nostro sguardo infastidito e indifferente. Anche nella nostra piccola città la figura dell’immigrato è drammaticamente a portata di mano, la loro emarginazione  è sotto gli occhi di tutti; presente nei luoghi che scandiscono la nostra quotidianità ma anche in altri squallidi,  negli angoli luridi e sporchi che noi abbiamo la fortuna di non frequentare,  ma che sono gli unici nei quali loro possono stare.

Perché allora non aprire gli occhi su quegli angoli bui della nostra  città, assaporare  una piccola parte del dolore che quegli uomini si portano addosso,  e riscoprirci comprensivi, solidali, senza il timore  di essere tacciati di “buonismo”, come se  poi essere buoni fosse una colpa, un reato, una cosa di cui vergognarsi.

L’ordinanza del sindaco ha certamente avuto l’esito auspicato dai cittadini preoccupati per la  loro sicurezza, indignati per il degrado del quartiere  e,  per il momento,  a quegli uomini  è stata  trovata una sistemazione dignitosa.

Una società civile però, per essere definita tale, dovrebbe garantire il minimo vitale ai fratelli più sfortunati, e non per “buonismo” ma anche per mero calcolo;  perché i costi  sociali della solidarietà vanno ad  ammortizzare i costi, economici, ma non solo, che una comunità è costretta a pagare quando non è in grado di gestire il conflitto sociale derivante dall’emarginazione, grazie al  degrado e all'”indotto” delinquenziale che ne conseguono.

Immagine tratta da http://trentinocorrierealpi.gelocal.it/

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