Esiste la giustizia? E’ veramente uguale per tutti?

Da secoli l’essere umano tenta di rispondere alle domande riportate nel titolo di questo post. Nell’attuale contesto storico esse si pongono, ancor più, all’attenzione dell’opinione pubblica. Non posso dare una risposta risolutiva a delle questioni che non sono capace di trattare in modo esaustivo. Voglio però descrivere una storia che solleva, a mio avviso, diversi dubbi circa la “giustizia della giustizia”.

La storia che ho vissuto in prima persona, sembra essere un mix tra il film “Sliding Doors” (film che racconta del come la casualità possa influenzare il futuro) e “Il marchese del grillo” (quello di “io sono io e voi non siete un ….”).

Ma partiamo dai fatti.

Settembre 2009. Ricevo una multa per divieto di parcheggio a Trento. Scopro di aver parcheggiato in zona a traffico limitato senza autorizzazione (in piazza Mostra di fronte al castello del Buonconsiglio). Circa 120 euro per aver parcheggiato alle 10 di sera. 10 giorni per pagare la multa ridotta. Forse è il caso di pagare subito, penso, vista la cifra.

Qualche giorno dopo scopro che un mio caro amico aveva preso la stessa multa per la stessa infrazione: parcheggio in zona a traffico limitato in piazza Mostra. Il mio amico, che chiameremo Geronimo, mi racconta di aver fatto un sopralluogo e di aver scoperto che metà dell’area (la piazza è quasi completamente adibita a parcheggio) era in effetti diventata di recente zona “a traffico limitato.”

Geronimo mi dice di aver presentato ricorso in quanto il suo sopralluogo ha mostrato una serie di problemi circa la segnaletica stradale (che io, a dire la verità, non avevo notato all’epoca della multa). Il ricorso presentato si basava sulle seguenti considerazioni:

  1. I cartelli stradali risultavano poco sicuri e intralciavano il traffico sia veicolare che pedonale in quanto non situati ai bordi della strada (uno di essi era addirittura posizionato sulle strisce pedonali).
  2. Il retro dei segnali verticali mancava delle informazioni richieste dalle leggi.
  3. La segnaletica verticale non era visibile in quanto coperta da un tendone. Il segnale di preavviso, invece, era rivolto verso un solo lato di provenienza nella piazza.
  4. I segnali verticali sono facilmente amovibili e non sono fissati al terreno.

Convinto dalle spiegazioni di Geronimo (un tipo molto meticoloso a dirla tutta) presento anche io, fiducioso, il medesimo ricorso.

Aspetto il giorno dell’udienza fissata, inizialmente, a settembre 2010 (!), e successivamente anticipata a febbraio 2010. 6 mesi dopo la ricezione della multa.

La data dell’udienza di Geronimo era stata fissata qualche settimana prima della mia. Subito dopo la seconda udienza (la prima era servita per raccontare i fatti in presenza anche di un legale rappresentante del comune). Geronimo mi avvisa di aver vinto il ricorso.

Aspetto con trepidazione il giorno della prima udienza (era la prima volta che partecipavo ad un dibattimento). Durante l’udienza spiego le mie motivazioni per il ricorso. Faccio notare la non corrispondenza della segnaletica alle norme vigenti e spiego che per un caso identico, un mio conoscente aveva vinto il ricorso.

Aspetto la seconda udienza, ovvero il verdetto finale.

Il giorno della seconda udienza avviene l’incomprensibile.

Perdo il ricorso. Devo pagare la multa.

Rimango sconcertato e provo un profondo senso di incredulità. Come è possibile, mi chiedo, che Geronimo abbia vinto ed io abbia perso? La presunta infrazione non era la stessa?

Chiedo a Geronimo di darmi la sua sentenza per capire cosa è successo. Il suo ricorso afferma quanto segue:
“I motivi del ricorso sono fondati ed il medesimo deve essere accolto. La documentazione fotografica allegata dal ricorrente è diversa da quella legata da parte resistenze in udienza. Mentre nelle foto allegate dal ricorrente i divieti di transito e sosta sono mobili ossia ancorati al terreno con sacchetti di sabbia e un paio non sono visibili per l’automobilista di passaggio quando il tendone del bar è aperto, la documentazione allegata dal Vice Commissario è diversa ovvero la segnaletica è fissa al terreno con dei pali di ferro battuto ed il segnale è posto all’entrata della zona vietata in modo visibile. Si può ritenere quindi che la situazione al momento della contestazione della sanzione fosse l’irregolare apposizione della segnaletica stradale, che esonera il conducente di un veicolo – nel caso di violazione della relativa prescrizione – della responsabilità contravvenzionale (Arch. Giur. E sin., 1994 1175). A parere di questo giudicante nel caso concreto la segnaletica era inidonea ad assolvere la funzione assegnatali …(omissis).”

Ecco invece la sentenza del giudice di pace che ha giudicato il mio caso:
“… questo giudicante, alla luce di quanto emerso, non può accogliere il ricorso. Infatti, in ordine alla prima eccezzine di illegittimità della segnaletica, deve essere rilevato come la giurisprudenza della Corte di Cassazione (n.29728 dd. 18.12.2008) sia oramai univoca nel ritenere che la mancata indicazione sul retro del segnale verticale degli estremi dell’ordinanza … non determina la illegittimità (…) Anche le ulteriori eccezioni di illegittimità devono essere rigettate in quanto non emerge dalle foto dimesse che i cartelli non fossero visibili ed è onere del ricorrente dimostrare l’eventuale difetto di conformità dello stesso (…). Tale prova non è invece stata data.”

I fatti descritti sollevano, a mio avviso, una serie di importanti questioni. Prima tra tutte mi chiedo come sia possibile che la stessa presunta infrazione, valutata da due giudici diversi, venga valutata in modo opposto.

Personalmente ritengo che non sia facile trovare risposte razionali al fatto che un banalissimo caso di infrazione possa ottenere due verdetti opposti. Mi chiedo infatti se esista, nella storia raccontata, un elemento oggettivo che renda contrario alla legge il comportamento contestato.

A pensarci bene, non si tratta di un processo difficile, complesso, con decine di testimoni o con imputati eccellenti. Si tratta di stabilire la legittimità del posizionamento di alcuni cartelli stradali e della loro eventuale efficacia.

Possono esistere, nello stesso ordinamento giuridico due interpretazioni che siano in contrasto tra loro ma al contempo egualmente efficaci? Se tale e tanta libertà di interpretazione è possibile in un caso giudiziario non complesso, mi chiedo come è possibile affermare che processi più complessi siano stati “oggettivamente” giusti. A giustificazione della storia si potrebbe dire che i giudici sono dotati di una certa libertà interpretativa. In questo caso però mi chiedo se non si corra il rischio di perdere il legame esistente tra necessità di seguire le regole per una civile convivenza e comportamento contrario a tali regole (cfr. il libro di Colombo).

Il caso quindi fa sorgere alcune considerazioni:
Prima considerazione (considerazione stizzita). La giustizia è una questione di fortuna. Si vince o si perde nello stesso modo in cui si può vincere o perdere tirando una monetina. Aboliamo quindi la giustizia e istituiamo il “tiratore ufficiale di monetine”.

Seconda considerazione (considerazione seria). Dalla storia raccontata sembra che il legame tra regole e comportamento illecito risulta essere ambiguo e dipendente dai fenomeni contestuali al processo giudiziario (banalmente, la presenza del giudice “giusto”). Come mostrano le due sentenze è infatti possibile trovare, attraverso un appropriato dosaggio di leggi e sentenze, una giustificazione razionale a qualsiasi decisione presa dal giudice, qualunque esso sia.

Terza considerazione (considerazione sovversiva). Come già anticipato, la vicenda presentata indebolisce l’idea che sia necessario seguire le regole per una civile convivenza. Se infatti la violazione delle regole non è chiaramente legata a delle sanzioni oggettive ma, piuttosto, queste ultime sono legate alla soggettività del processo giudiziario, non si capisce quale sia l’incentivo o il disincentivo a seguire tali regole.

Che Fare?

A questo punto nascono delle considerazioni circa le attività da intraprendere per il futuro. Impugnare la sentenza o pagare? Forse sarebbe il caso di fare ricorso (ricorso da presentare al tribunale con necessario supporto di un avvocato di professione). Il buon senso (e soprattutto la mia cultura da economista) mi porta a valutare i costi/benefici di un’eventuale ricorso, e del tempo e dello sforzo necessari a portarlo avanti. Quest’ultima opzione sembra troppo costosa anche tenendo a mente l’entità della multa. Il cumulo del tempo impiegato nelle pastoie del processo e del costo necessario per appoggiarsi ad un avvocato risulta essere sicuramente più “costoso” del valore della multa. La volontà di perseguire “le proprie ragioni” secondo Giustizia lascia quindi posto ad un mero calcolo di convenienza economica.

ps: andate a guardare come è stata riorganizzata la piazza ora…

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