Il mio viaggio dentro il vero miracolo dell’ Aquila: gli aquilani!

Sapevo delle ferite inferte dal terremoto ed  ero, purtroppo, certa di trovare una città e  un territorio devastati.  Riuscivo a  immaginare lo sgomento e la tristezza negli occhi della gente…. ma non ero pronta al silenzio, al buio, al vento che regna incontrastato fra i vicoli, al rumore sordo dei miei passi, all’eco delle parole dei rari passanti, ai guaiti dei cani randagi,  alla struggente nostalgia di Carlo, che  ritorna tutti i giorni per sedersi sulla fontana di Piazza Duomo,  e mentre mi parla della sua bella casa distrutta e del ristorante che ha dovuto riaprire  in periferia,  si guarda attorno smarrito, attende che riaffiori la propria anima, assiste  impotente all’ agonia della sua amata città, rassegnato all’immobilità!

L’Aquila è morta . Il corso è stato riaperto è vero, le transenne sono state tolte, vi si può passeggiare, persino prendere un caffè nei  pochi bar che hanno  avuto l’ardire di riaprire e che sembrano delle oasi in quel deserto, ma non è sufficente a placare l’angoscia che si prova  vagando per la città, sopratutto di sera.  Quel che appare  è  inquietante, spettrale. Nessun palazzo è agibile, sebbene siano stati messi in sicurezza; i puntellamenti e i ponteggi  che rivestono i palazzi, malcelano l’antica bellezza e le recenti ferite. L’Aquila è ora una bellissima vecchia ragazza vestita di cenci, ammalata e ferita mortalmente di cui nessuno vuole più prendersi cura.

i palazzi del centro rivestiti ” Marcegaglia”

Possiamo chiamarlo diario di viaggio?… Non lo so, di  certo c’è  che  questo era  un  viaggio che desideravo compiere da tempo, un viaggio che mi ha permesso di ricomporre un puzzle,  fatto  di video e foto, articoli e reportage, documenti, inchieste, ma sopratutto di racconti di persone,  amici  virtuali e non. Avevo bisogno di mettere ordine  nelle informazioni che avevo accumulato nel tempo, ripercorrere le mie sensazioni, le mie emozioni e dare loro una sequenza logica, e perchè no anche geografica!

Ma cominciamo dall’inizio…..

Ho seguito da subito  la tragedia che ha colpito gli Aquilani, dapprima con la solidarietà e l’empatia che qualunque essere umano prova in circostanze del genere, e poi piano piano con l’attenzione e la preoccupazione della cittadina.
Mi è stato chiaro fin da subito che la gestione dell’ emergenza aveva qualcosa di “innovativo” che una sorta di esperimento sociale  era stato messo in atto. Quale cavia migliore di un popolazione  inerme devastata dal dolore?

La protezione civile interviene tempestivamente  e gestisce la fase dei soccorsi con efficenza,  supportata anche da migliaia di volontari resisi disponibili con generosità e passione civile fin dalle prime ore.  Ma con il passare dei giorni si intravede una linea di gestione che permette, in deroga a leggi e regolamenti,  di commissariare di fatto  gli enti locali, sospendendo i diritti civili  dei terremotati.

Presidio della Parrocchia di S. Pietro in p.zza della Fontana Luminosa

I campi sono blindati: le tendopoli sono presidiate da funzionari della digos e della polizia. E’ proibito introdurre volantini e macchine fotografiche; vietato importare ed esportare informazione e democrazia. Si vigila attentamente affinchè tra le maglie delle reti dei campi non filtri un filo di libertà , di partecipazione. C’è un presidio permanente della Rai,  ma a parte le passerelle governative non trasmette nulla di quel che sta succedendo. Al paese viene raccontata solo la verità istitruzionale. La popolazione, con il decreto 39 viene espropriata di ogni potere decisionale; sia per quanto riguarda la fase dell’emergenza (impossibile l’ autogestione nei campi della protezione civile e per i disubbidienti blocco degli aiuti da parte della stessa),  sia per quanto riguarda quella della ricostruzione per la quale il  decreto, invece di privilegiare i lavoratori del posto, dà il via ad una giungla di subappalti ad imprese provenienti da altre zone d’Italia.

Così succede, ad esempio, che i prodotti locali dell’agricoltura e dell’allevamento vengono  “cortesemente” rifiutati dalla protezione civile a favore dei prodotti della grande distribuzione, (notoriamente più genuini e sicuri ), contribuendo ad affossare ancor di più l’economia locale.

Il tempo nei campi viene  scandito  dall’ ozio forzato, dalle esigenze di profitto dell’emergenza e non da quelle della ricostruzione del tessuto sociale; e così con la convivenza forzata, la perdita totale dell’identità collettiva e di qualsiasi intimità, agli aquilani, dal 6 aprile, viene tolto il diritto all’autogoverno; vengono praticamente aboliti i diritti  civili in nome dell’ assistenzialismo, “l’esperimento sociale” ha successo e  l’autodeterminazione di un popolo viene barattata con la proverbiale  efficenza della macchina organizzativa, garantendo così al “governo del fare” gratitudine e consenso. Tutto è soffocato dalla burocratizzazione e  tutto viene demandato al di DI.COMA.C.(DIrezione di COMAndo e Controllo, l’organo di Coordinamento Nazionale delle strutture di Protezione Civile) qualsiasi atto, qualsiasi domanda diviene un percorso ad ostacoli, un odissea per la gente stremata, in  tanti hanno perso il lavoro e sono costretti ad emigrare, gli ammalati spediti fuori dall’abruzzo, gli anziani, soprattutto ma non solo, sulla costa negli alberghi, le comunità disgregate, le famiglie smembrate, il tessuto sociale distrutto.

il quartiere popolare di Cansatessa abbandonato….

E poi arriva il G8, che invade militarmente la città, sottraendo preziose risorse economiche (circa 90 milioni di denaro pubblico), occupando la caserma “V. Giudice” che potrebbe accogliere da subito 25.000 sfollati. L’evento viene spostato in tempi  record dalla Maddalena all’ Aquila per una mera questione di visibilità e di propaganda governativa, e a questo punto, il diritto alla salute, alla casa, al lavoro, alla mobilità e alla sicurezza dei terremotati passa in secondo piano rispetto ai privilegi dei potenti della terra e del governo.

il progetto C.A.S.E

Il resto della storia è nota ai più….La costruzione e la consegna degli alloggi del progetto C.A.S.E. viene spacciata per RIcostruzione,  in seguito  (ricordate la solenne promessa in autunno tutti avranno una casa?)  chiuse le tendopoli senza aver per questo di fatto sistemato  tutti gli sfollati; e quando la Protezione Civile se ne va rimettendo nelle mani degli enti locali  tutte le competenze lo fa con una marcia trionfale lasciando dietro di se alcune new town, un territorio devastato, insieme a tutte le sue macerie e un’economia collassata,  oltre a svariati milioni di debiti frutto delle scelte di gestione dell’emergenza (le rette  degli sfollati negli alberghi, i contributi per chi ha  scelto l’autonoma sistemazione,  aziende e ditte  che hanno anticipato materiali ed eseguito lavori mai pagati ecc. ecc.)

Dalla fontana delle 99 cannelle verso il centro

L’ Italia si dimentica dell’ Aquila; gli italiani, passata l’onda emotiva, sono rassicurati e  convinti da  una pressante campagna mediatica che il miracolo sia stato compiuto. Finiscono le passerelle politiche, le parate e le comparsate. Ma gli aquilani non sono un popolo di accattoni, non ci stanno a passare per ingrati, vogliono solo quello che gli spetta;  il lavoro e la terra per ricominciare, per ricostruire le  case, per ritornare a vivere con dignità, come hanno sempre fatto. Nascono comitati, collettivi,  associazioni che tentano in tutti i modi di dialogare  e di collaborare con le istituzioni, mettendo  a disposizione competenze ed esperienze. Nasce il presidio permanente in piazza Duomo. Nelle assemblee  cittadine  si discute, si propone si decide, si delibera; si rivendica  il diritto/dovere di partecipare al proprio presente e ad essere protagonisti del futuro.

Quando il cosidetto popolo delle carriole viola la zona rossa si riaccendono i riflettori; domenica dopo domenica centinaia di cittadini si incontrano, lavorano, spostano macerie  e le catalogano, ma  sopratutto  discutono del futuro della città, squarciando un velo che ricopriva di menzogne la vera condizione del centro storico abbandonato a se stesso, sfatando il mito del “ Miracolo Aquilano”. Nel frattempo  governo, provincia, comuni enti locali, commissari e vice commissari  si rimpallano le responsabilità; promesse, accuse reciproche, dichiarazione d’intenti,  parziali ammissioni… smentite…  in poche parole NON ci sono i soldi per la ricostruzione. La rabbia e il dolore riaffiorano, non possono dimenticare le risate degli imprenditore che la  notte del 6 aprile intravedevano enormi opportunità di guadagno e il 16 giugno scendono in piazza, capeggiati da sindaci e rappresentanti delle istituzioni locali  20.000 aquilani  ma  vengono puntualmente ignorati dai media e dai giornali che preferiscono occuparsi delle proprietà nutritive della Nutella.

“Forti e gentili, fessi no! si legge su uno striscione e sulle magliette dei manifestanti che decidono di portare le loro rimostranze direttamente a Roma. In 5.000 si presentano ma vengono accolti a manganellate e per giorni si parla dei presunti “scontri”  dimenticando  le richieste legittime degli aquilani : una legge speciale che garantisca un flusso costante e sicuro di fondi per la ricostruzione, l’istituzione di una tassa di scopo per finanziare la ricostruzione e la sospensione delle tasse.

Assemblea cittadina in piazza Duomo

Nella settimana in cui sono stata all’ Aquila, squisitamente ospitata da un amica, ho camminato per il centro storico, per i borghi del cratere, ho sfiorato chilometri di transenne, ho accarezzato con lo sguardo le case abbandonate, le  macerie fino a rendermele  familiari, scontate. Ho conosciuto persone con cui avevo avuto solo contatti virtuali, ho parlato con tante altre di cui non sapevo l’esistenza, ho colto frammenti di conversazioni il cui principale argomento è tragicamente ricorrente, ho  sopratutto ascoltato tante storie, ho raccolto decine di testimonianze di speranza ma anche di lucida rassegnazione, ho visto un popolo dignitoso, forte e gentile  che fatica a ritornare a vivere, a sognare, al limite della sopportazione e tutti , indistintamente, mi hanno chiesto un’unica cosa : non lasciateci soli!!

Onna: le sue macerie

Ho avuto la fortuna di partecipare alla notte bianca organizzata, finanziata, e gestita interamente dal basso, dall’ assemblea  cittadina  di Piazza Duomo.
Il 31 luglio, la città si è magicamente riempita di migliaia di persone, centinaia di artisti hanno animato la notte. Finalmente luci e rumore, musica e canti, rapresentazioni di gioia e di dolore, il vociare dei bambini, l’apparente allegria e spensieratezza degli adulti  per la prima festa dopo il 6 aprile. E  allora… in mezzo a quella marea  composta e variopinta di persone  ho  riflettuto sul senso più profondo di quella magica notte. Tante piccole gocce formavano quel fiume, lento e fluido, incanalato nell’unica via aperta della città, gli argini: i vicoli le vie  transennate. Ho capito  che  quel fiume avrebbe dovuto poter fluire liberamente nelle vicoli e  nelle  piazze, che non era naturale il suo corso, che avrebbe potuto diventare impetuoso, rompendo quegli argini innaturali. Era terribilmente ingiusto e pericoloso  delimitarne il percorso  e allora ho pensato che l’unica salvezza, l’unica via di fuga  fosse ridare l’anima all’Aquila.

Riaprire la città !

foto a cura ( si fa per dire ) di Benedetti Marina

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