Appuntamento al bar al buio

Come si fa a vedere senza occhi?

Possono bastare due orecchie, due mani, un naso, un corpo? Come spesso accade di scoprire il tutto è più della somma delle parti o meglio, in questo caso, più della sottrazione di una parte.

Forse quattro orecchie, quattro piedi e braccia, due nasi, anche se uno un po’ raffreddato, possono avvicinarsi un po’ di più alla ricchezza della percezione di un non vedente: nasce così l’idea di scrivere a quattro mani il racconto della serata trascorsa al bar al buio organizzato dall’Unione Ciechi durante le feste Vigiliane presso il centralissimo Palazzo Geremia di Trento.

Il bar è aperto dalle 18 a mezzanotte, tutti i giorni, fino al 26 giugno: se non lo hai ancora provato, non attendere oltre! Altrimenti scrivici le tue impressioni!

Sara

Prendere per mano uno sconosciuto già mi crea una piccola sensazione di imbarazzo ma ben presto mi accorgo che è l’unica certezza a cui posso appigliarmi e stringo forte la presa.

Entriamo nel buio vero e proprio, forse non l’ho mai veramente provato, forse solo nell’oblio del sonno.

Sono pronta ad una sensazione di vuoto, di mancanza, di perdita e invece vengo invasa da una nuvola di stimoli confusi, voci da ogni parte, rumori sordi, aria, la sensazione del mio corpo che si muove velocissimo, tirato dalla mano sconosciuta, ma non capisco come e verso dove.

La mano mi fa toccare una sedia e mi dice (sì proprio la mano me lo dice) di sedermi. Inizio una serie di maldestri tentativi: tocco lo schienale, la seduta, il tavolo di fronte, una controllatina anche al pavimento non si sa mai, mi giro e mi abbasso fino a sentire la sedia sotto di me e finalmente mi siedo.

Dove sono le altre? Ci chiamiamo ma le voci sembrano lontane e si sovrappongono, ci tocchiamo le mani, che bella sensazione riconoscere la persona in base al calore della pelle e al tocco.

Ritorna Francesca, la ragazza che ci ha accompagnato e ci chiede come stiamo: la sua voce sì riesco a sentirla bene e mi tranquillizza, è chiara e calda e si prende cura di noi. Spontaneamente iniziamo a raccontare le nostre impressioni e lei ci aiuta a capire e a sentirci “normali” pur in questa strana condizione.

Io vedo cerchi di luce che continuano a girare e mi danno una sensazione di vertigine, di pieno. Francesca racconta che è il cervello che ci da questi stimoli inizialmente, succede anche a chi ha perso la vista tardi come è successo a lei. Le dico di aver l’impressione di vedere la sua figura. Lei mi dice di vedere le figure di tutte noi, anche se chiaramente non è così perché nel buio più totale vediamo uguale. Le chiedo quale sia il senso più importante per una persona che perde la vista: non riesce a scegliere, l’udito, l’olfatto (toh c’era anche quello), il tatto. Come parla del tatto, poi è incredibile: tutta la superficie del corpo è tattile, sono fondamentali i piedi e la superficie dell’occhio. “Cosa? Tocchi con la superficie dell’occhio?” – “Non tocco, ma sento alcune cose, ad esempio gli spostamenti d’aria”.

Gentilmente ci chiede se abbiamo finito il nostro bicchiere così può accompagnarci fuori. Ritorno alla realtà, è vero, è solo un esperimento per noi, un qualcosa in cui poter entrare ed uscire e magari raccontare come novità della settimana. Prolungo un po’ la bevuta del bicchiere, non ho proprio voglia di andarmene.

All’uscita la tenda si scosta un po’ e riesco a guardare Francesca nella penombra: ha i tratti delicati e dolci proprio come avevo immaginato, ma questa visione rubata mi fa provare un leggero senso di colpa.

In fondo, il patto di stasera era incontrarsi al bar al buio.

Alessandro

Sono entrato nel bar al buio pochi minuti dopo l’uscita di Sara e delle sue amiche. La ragazza-guida del mio gruppo si chiama Katty ed è una persona d’oro. Probabilmente è stanca e vorrebbe riposarsi, non è carica di entusiasmo come noi, ma la sua compagnia è gradevole ed anzi mi sarebbe piaciuto poter scambiare qualche chiacchiera con lei. Tuttavia capisco che lei è lì per lavoro e non provo neppure a forzare la serata.

Katty è una ragazza sulla trentina, vestita in abito chiaro e pantaloni apparentemente beige. I suoi capelli sono lunghi fin qualche centimetro sotto le spalle, leggermente mossi, di colore biondo scuro. Li porta con una semplice riga in mezzo che ben si addice con i lineamenti morbidi del suo viso. La sua voce è calma ma determinata, il volume non tanto alto. Così, quando ci chiama e ci direziona per trovare il nostro tavolo dobbiamo ascoltarla con attenzione.

Non è facile privarsi della vista e muoversi disinvolti fra gli ostacoli, bisogna ringraziare Katty che ci accompagna al tavolino e si prende cura di noi: capisce la nostra difficoltà e si offre per aiutarci ad ogni nostra richiesta.

L’intera serata si svolge nel buio più totale e ci si muove unicamente usando gli altri sensi, udito e tatto su tutti. Due sensi che generalmente usiamo al minimo delle prestazioni, lì dentro diventano fondamentali.

Non voglio raccontare altri particolari della serata, mi limito a dire che è un’esperienza che valeva la pena di fare e che invito tutti a provare. Non solo per voi, ma anche per loro, poiché vi renderà più sensibili nei confronti di chi è in difficoltà.

Ciò che ho portato a casa di più grande è il ricordo che, dentro quel posto, in difficoltà ero io e non loro. All’uscita, infatti, non sorrido molto. Mi sento molto triste perché comincio a capire lo stato emotivo di chi ha perso un dono preziosissimo come la vista. Sento di dover ringraziare Katty e il signore che ci ha accompagnato all’uscita per questo. Io sapevo che sarebbe durato tutto meno di mezz’ora… ma come avrei reagito se fosse durato per tutta la vita?

Ho imparato una nuova lezione.

Noi abbiamo ancora la possibilità di vedere, facciamone buon uso: quando c’è bisogno di noi, non voltiamoci dall’altra parte.

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