L’Anno-1, l’Aquila 2010

23 Novembre 2000; Roverè della Luna: suona la sirena al mattino, dobbiamo lasciare casa, la frana sembra potersi staccare da un momento all’altro e spazzare via il paese.

Ci sistemiamo da parenti: per la prima volta mi chiedo cosa può voler dire non avere più una casa, quella casa.

Dopo 5 giorni di caos, ci autorizzano a rientrare in paese: blocchi di cemento e sacchi chiudono le strade, percorsi obbligati, foglio scritto per decifrare le comunicazioni di emergenza delle sirene.

La frana verrà fermata e la mia casa è ancora là, come le altre.

6 Aprile 2009; L’Aquila. Il primo pensiero alla notizia è il ricordo della mia esperienza, poi la comprensione che si tratta di una cosa totalmente diversa, drammatica, enorme.

A distanza di più di un anno, sabato 29 a Trento, le parole dal libro Trentotto secondi di Giusi Pitari, terremotata dell’Aquila, vengono fatte rivivere dalla voce intensa di Andrea Castelli: il racconto mi permette subito di misurare il peso umano di quell’evento, e la leggerezza del mio pensiero.

Trentotto secondi sono niente, non ce ne accorgiamo. Ma per L’Aquila sono stati il salto all’Anno Zero. Al momento senza ritorno, dopo il quale dover solo ricostruire.

E la gente dell’Aquila, dal carattere forte e gentile, ha provato a farlo, non ha voluto abbandonare la città. Le persone si sono organizzate prima con tende, poi con roulotte, sistemazioni da amici e parenti per rimanere vicine alla propria casa; gli architetti si sono uniti ed hanno proposto un piano di ricostruzione della città che ben conoscevano.

La ricostruzione è stata un’altra: Sabrina Provenzani, giornalista professionista che ha seguito fin dagli inizi il dopo terremoto, ci racconta i fatti e la rappresentazione da parte delle fonti ufficiali.

La Protezione Civile, alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio dal 2001, ha potuto operare in virtù della situazione di emergenza con assoluta autonomia e con potere di deroga. Ha scelto di non coinvolgere i comitati di cittadini ed esperti che si stavano attivando e di portare avanti una ricostruzione veloce, di massa, pronta. Il centro città è rimasto perlopiù com’era: le foto portate da Giusi ci hanno mostrato le macerie e i rifiuti ancora per le strade, rari puntellamenti di qualità (la casa di Bruno Vespa), più frequenti puntellamenti solo di facciata o assolutamente inutili e dispendiosi. Sono state costruite invece le new town, dei grandi agglomerati di appartamenti in posti prima vuoti, destinati ad altro. Case antisismiche, ecologiche, sì , ma che hanno lasciato per strada metà dei terremotati diversi problemiuna volta riempite.

Le fognature, ad esempio, non erano proprio state pensate bene: si scarica direttamente nei fiumi abruzzesi, fino all’anno scorso tra i più puliti di Italia. E che dire del traffico da grande metropoli sui 50 km di strada che gli abitanti devono fare tutti i giorni per rifornirsi di beni e servizi essenziali?

Non è questa la ricostruzione che ho sentito nei Tg.

Rispetto a ciò, la Provenzani offre la sua visione su come è stato gestito il sistema dell’informazione: all’Aquila è stato fatto un esperimento, un nuovo modo di gestire la questione pubblica, basato sull’emergenza e sull’efficientismo. E questo doveva essere portato come un miracolo, come un esempio del fare, del bene. Chi metteva in luce problemi, poneva questioni, diventava l’anti-italiano, colui che offendeva le alte strutture del nostro stato, lo speculatore sul dramma, l’ingrato. Anche gli aquilani che hanno iniziato a contestare la ricostruzione ufficiale sono stati accusati di questo. “Forti e gentili si, ma coglioni no”, come dice Giusi, sono passati ai fatti: tra i tanti esempi di mobilitazione civile, il movimento delle carriole di cui Giusi fa parte, da 15 settimane ogni domenica entra all’Aquila e porta via le macerie. E’ un modo per controllare cosa stanno facendo in centro, per esserci, per denunciare gli effetti del passare del tempo su case che potevano essere salvate, per mostrare che la ricostruzione sarebbe più semplice di quello che si vorrebbe far credere.

Due storie completamente diverse la “mia” e la “loro”, ma accomunate da un sentimento umano e dalla convinzione che un’emergenza collettiva può succedere ovunque e deve essere d’interesse di tutti, non solo delle vittime.

Della mia piccola esperienza mi rimane una traccia quasi fisica, una reazione istintiva ogni volta che sento una sirena. Penso a cosa possa essere rimasto a Giusi, ai terremotati dell’Aquila. E cosa è rimasto scritto nella storia del nostro paese, nelle modalità di gestione del potere, che potrà scattare, forse, istintivamente, alla prossima occasione.

Post scriptum:

Anche l’Associazione Trento Attiva si è scritta dentro qualcosa, dopo questa serata.

Su invito di Sabrina Provenzani abbiamo deciso di chiedere alla Protezione Civile Trentina se esiste un piano di evacuazione per la nostra città di Trento e se e come la popolazione è informata e preparata a questo. Sabato sera nessuno dal pubblico sapeva nulla.

Vi diremo cosa ci risponderanno.

Foto della serata a cura di Alessandro Iavicoli

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