Voce di giustizia

Porta sempre con sé un plico di carte di grande spessore. Sono articoli di giornale, istanze parlamentari, denunce e altri documenti utili. Nel suo taschino, invece, un paio di occhiali da lettura. Pino Masciari è un imprenditore edile calabrese, ormai noto ai più come il testimone di giustizia. Da quando ha denunciato il malaffare della criminalità organizzata, in seguito alle richieste di estorsione, la sua vita è cambiata. In Calabria praticamente tutti pagano il pizzo, per imposizione della ‘ndrangheta, ma nessuno ne fa parola. Molti negano, altri si allineano. Pino Masciari rompe quel muro del silenzio e quell’omertà degli imprenditori, “sfida” la ‘ndrangheta, denuncia i suoi estorsori e quella parte di politica collusa e connivente alle associazioni mafiose, rivolgendosi alle istituzioni per chiedere il rispetto dei propri diritti e il rispetto della legge dello Stato. La debole risposta è quella di spostare il testimone e la sua famiglia “altrove” e dopo 10 anni Pino rompe un altro muro rivolgendosi alla Società Civile per sopperire alle mancanze ed alle garanzie che lo Stato non è stato in grado di assicurargli. Inizia così una nuova vita per Pino che esce allo scoperto raccontando in giro per l’Italia la necessità di risvegliare le coscienze affinché i cittadini non si pieghino di fronte all’illegalità diffusa, all’omertà e alle ingiustizie perpetrate dalla mafia, alimentate anche dalla scarsa presenza dello Stato sul territorio calabrese, e cerchino invece di combattere, uniti e consapevoli, per loro e per la nuova generazione.

Siamo a sabato 24, Pino Masciari è ospite dai ragazzi di Libera Trentino – Alto Adige – Südtirol, ramo locale della nota associazione antimafia, i quali organizzano un incontro pubblico a Rovereto nello spazio Pop Up Hub, nel contesto del festival delle città impresa.

Ad assistere ci sono soprattutto giovani. Dà l’inizio Licia Nicoli, referente di Libera TAAS, introducendo brevemente le motivazioni che hanno portato alla nascita del gruppo locale e alle ragioni per cui è necessario diffondere la cultura della legalità, “ricreare una coscienza civica per tornare a parlare dei diritti e difesa della legalità”, poi la parola all’ospite d’onore della serata. Pino racconta la sua realtà pre-imprenditoriale, lo Stato latitante in Calabria e le condizioni di lavoro degli imprenditori, nonché il metodo raffinato e sottile con cui la criminalità acquisisce il controllo del territorio e delle imprese locali fino all’esplicita richiesta estorsiva: il 3%. Inoltre subisce una richiesta analoga da quella parte delle amministrazioni locali colluse, le quali chiedono addirittura il 6%.

A quella richiesta ed alle minacce che ne seguono, gli imprenditori e i semplici commercianti di solito si adeguano. Pino  invece si rifiuta fermamente di pagare il pizzo e la criminalità tenta di imporsi con i metodi violenti e silenziosi che la qualificano: all’imprenditore in persona ed alle persone a lui vicine vengono lanciati i primi segnali di avvertimento e si fanno concrete le minacce che vanno dai danni materiali alle violenze fisiche (in particolare, per quantificare la pericolosità del sistema, ricordiamo che la ‘ndrangheta sparò alle gambe di uno dei fratelli dell’imprenditore).  Contemporaneamente, la parte politica utilizza il sistema meschino di rallentare le attività burocratiche, impedendo di fatto lo svolgersi delle normali attività  interne alla pubblica amministrazione e lasciando così le imprese isolate.

Il messaggio è chiaro.

Non si tratta solamente di una questione economica. C’è in ballo qualcosa di molto più grande come il controllo del territorio. Il prezzo da pagare, imposto come pizzo ovvero come una sorta di tassa monetaria, è in realtà la garanzia di sottomissione dell’imprenditore rispetto ai clan che comandano la zona e detengono il potere esercitandolo anche a favore di coloro che non si oppongono al sistema e, di fatto, pagando il pizzo lo alimentano facendone parte passivamente. Queste le parole di un ristoratore intervistato dal noto giornalista Curzio Maltese:

“Sì, pago il pizzo. Pago anche le tasse, più o meno, e che cosa ricevo in cambio? Lo Stato non mi garantisce la sicurezza. I trasporti fanno schifo. Se si ammala mio figlio prendo l’aereo e vado a Bologna, perché all’ospedale l’altra volta mi sono dovuto portare le lenzuola e medicinali. Poi pago il pizzo, certo, ma nel mio locale non entra un mendicante, la finanza non fa controlli e se mi rubano l’auto me la fanno ritrovare il giorno sotto casa. Per il servizio che offrono, non sono neppure cari.”.

D’altra parte l’alternativa qual è? fare la fine d Pino Masciari?

Intendendo, appunto, che lo sforzo richiesto ad un imprenditore è insostenibile. Quanto letto, purtroppo, è la conseguenza di una delle grandi vittorie della ‘ndrangheta, che è proprio la diffusione di questa mentalità. Non è più una questione di sola omertà, di paura e terrore, di sicurezza; ma di convenienza. Pino Masciari, forte di un educazione volta all’alto senso di Stato, si rivolge invece alle istituzioni: fiducia incondizionata nei confronti dello Stato. Successivamente, a causa delle continue pressioni di criminalità e politica collusa, non potendo decidere in totale libertà e serenità per le proprie imprese è costretto a licenziare i suoi dipendenti e denuncia le intimidazioni, le estorsioni subite e, cosa più importante in assoluto, fa i nomi e i cognomi dei ricattatori. La conseguenza è che, percepito il reale ed imminente pericolo di vita la D.D.A. non è in grado di garantire l’incolumità di Pino e della sua famiglia e considerato l’alto rischio a cui va incontro rende necessario inserirlo in un programma speciale di protezione antimafia.

Da quel momento Pino Masciari e la sua famiglia “scompaiono” per fuggire dal pericolo che li insegue. Nuova identità, nuova vita, nuova casa.

Ma in realtà il sistema di protezione è pieno di contraddizioni e di falle ed in effetti non è di “protezione” che si può parlare. Infatti, la situazione è angosciante e non risolve affatto il problema, non lo affronta neppure; invero, lo aggira. Pino e la sua famiglia non sono “protetti” poiché non ci sono forze dell’ordine addestrate a far da guardia, non ci sono neppure telecamere a circuito chiuso o altri sistemi di vigilanza passivi, nulla di tutto ciò. È quindi un sistema a carattere mimetico, non protettivo. Questa strategia volta a nascondere il testimone lascia l’amaro in bocca, poiché è evidente che, per quanto lontano e coperto possa essere, non è comunque protetto e conseguentemente vive in uno stato di insicurezza persistente.

Questo, gli imprenditori, lo sanno! E per questo pagano il pizzo!

Inoltre, cosa forse più grave ancora, è il cittadino onesto che viene allontanato e non il mafioso! Psicologicamente è devastante, per una politica volta a contrastare la criminalità organizzata, ed è facile concludere che è un’organizzazione fallimentare: se non si dispongono sufficienti risorse volte a tutelare seriamente i testimoni di giustizia il messaggio che traspare è che chi denuncia sarà isolato, abbandonato e non protetto. Questo comportamento lassista assunto dallo Stato è biasimevole. Infatti nessuno più denuncia.

Non solo, ma proprio di questi giorni è la notizia che Giovanni Tegano, principale ricercato e arrestato dopo 17 anni di latitanza, è stato applaudito fra le grida di “Uomo di pace!” fra il consenso e la stima verso il boss. A questo proposito va detto che  l’apprezzamento è stato fatto da parenti e persone a lui vicine, ma ciò che più dispiace è che i cittadini onesti hanno paura ed infatti erano totalmente assenti.

La situazione è quantomeno criticabile e necessita di immediate contromisure.

La strada da percorrere, pertanto, è diametralmente opposta! Il metodo corretto per affrontare la criminalità organizzata si basa sul semplice principio di mettere il cittadino in condizioni tali per cui comportarsi onestamente e denunciare eventuali illegalità sia conveniente. A tal fine è necessario prendere coscienza che la mafia calabrese non è un problema calabrese ma è un problema di tutti e ci tocca da vicino. Ognuno deve fare la sua parte. In secondo luogo, bisogna cambiare la mentalità comune, occorre che il cittadino che si rivolge alle istituzioni venga fatto emergere, in assoluta sicurezza e protezione, in modo da lanciare il messaggio di una forte e granitica presenza dello Stato al fianco di coloro che denunciano mostrando grande coraggio.

Noi li chiamiamo eroi, ma dal loro punto di vista siamo noi in difetto:

“denunciare deve diventare la normalità”

e proprio questo è il messaggio che  Pino Masciari vuole lasciare. Si rivolge così alla Società Civile e gruppi spontanei di ragazzi e adulti che sposano la causa e lo affiancano in ogni sua scelta si diffondono presto in tutto il Paese. Da una parte le associazioni antimafia, dall’altra i cittadini interessati e indipendenti, tutti si uniscono  e contribuiscono a creare quella rete che tappa gli enormi buchi lasciati dalle istituzioni. Oggi gli Amici di Pino Masciari sono dappertutto, anche all’estero, e sposano la causa comune che un’Italia libera dalle mafie non è una scelta da demandare al Parlamento ma è soprattutto un dovere di ogni cittadino. Il loro lavoro è coordinato anche in rete sul blog omonimo www.pinomasciari.org.

Ma cosa può fare nel concreto ognuno di noi?

Noi giovani dobbiamo “svegliare le coscienze” dei nostri genitori, “tornare ai valori veri, crederci, essere responsabili”.

Ne vale la pena?

“Sempre.”. Iniziamo a farlo noi, iniziamo ad agire. Gli altri ci seguiranno, Pino Masciari ci farà da guida.

È fine serata e l’imprenditore si alza per andare a prendere una boccata d’aria. Con gli occhiali nel taschino e il plico di carte in mano.

Foto della serata a cura di Denise Fasanelli.

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