Il vizio della memoria. La strage di Pizzolungo, 2 aprile 1985

Da ragazza ricordo che, rovistando nella libreria dei miei genitori, saltò fuori un libro “Fermate quel giudice” di Struffi Maurizio e Sardi Luigi. Lo lessi avidamente. Narrava di un giudice impegnato, fra il Trentino e la Sicilia, in importanti inchieste relative a traffici internazionali di droga e di armi, parlava  delle sue collaborazioni con Falcone e altri.

Raccontava delle collusioni dei servizi segreti e di importanti uomini di stato, della mafia, le prime indagini su Craxi (poi archiviate) e sul finanziamento illecito ai partiti. Riportava gli attriti nati all’interno della stessa magistratura, il procedimento a cui fu sottoposto dal CSM, le indagini avocate dall’allora Procuratore Capo e molti altri avvenimenti, tuttora di un’attualità sorprendente ed oserei dire inquietante.

Per una strana coincidenza di fatti ebbi l’occasione di conoscere l’avv. Carlo Palermo, ex giudice prima  a Trento e successivamente a Trapani. Luogo quest’ultimo dove , il 2 aprile 1985 subì l’attentato in cui morirono una mamma e i suoi due bambini, la “strage di Pizzolungo” appunto.
Con l’avv. Palermo ci incontrammo ancora, in un paio di occasioni, nel suo studio per una semplice chiacchierata. Forse, sarà per tutto questo che ora sento tale data in modo particolare, intimo e malinconico, nonostante nell’85 fossi ancora una bambina di neppure tre anni compiuti.

Vorrei raccontarvi tutto, ogni mia impressione e pensiero, ogni cosa che sono riuscita a cogliere e immaginare dietro quei tondi occhiali. I baffi non li porta più, nemmeno il sorriso è lo stesso delle vecchie foto, qualcosa è cambiato, qualcosa di orribile è successo, un risvolto amaro gli si dipinge agli angoli delle sottili labbra, serrate nel ricordo. Non si deve dimenticare, certo, lui non può. Credo che per molto tempo lo abbia desiderato, ma ciò che ha visto e vissuto non può essere cancellato dalla sua mente e neanche dal suo fisico, ancora provato dopo tanto tempo.
Si sente, nel suo studio, il profumo di archivi, fatti di carta e rilegature in pelle, di faldoni datati e ordinati, mi dice che lui non può sentire, annusare, lui ha perso l’olfatto quel 2 aprile 1985. Temo che non potrà più avvertire  odori e profumi, poi, penso alle ultime cose che il suo olfatto deve aver sentito e mi stringo nelle spalle, sconsolata.

Vorrei raccontarvi la diffidenza ,sì, ma pure la dignità di quest’uomo e i suoi sorrisi. Sorrisi di occhi, sempre composti, misurati ma sinceri, profondi e complicati. La sua voglia di parlare e raccontare, la sua voglia di chiarezza, di risposte mai arrivate e tanto attese, agognate, sperate. L’amarezza ed il dolore di un uomo, prima che di un giudice. Vorrei raccontarvi ogni cosa detta, provata, vista e ogni documento d’archivio.
Forse non ha senso o non servirà a nulla. Probabile. Eppure pensare a lui mi fa pensare a un sacco di altre cose, avvenimenti successivi alle indagini di Trento e Trapani degli anni ’80 nel panorama italiano. Equilibri rotti, equilibri ristabiliti, nuovi poteri, nuove indagini, nuove vittime e attentati atroci. Nuovo fango su questo stivale martoriato, insanguinato e violentato. Penso e collego immediatamente tutto con le parole contenute nell’ultimo libro di Scarpinato, rifletto dunque sul terzo livello e i poteri forti, “il ritorno del Principe”. Collegamenti, trame incrociate, personaggi noti e storie che si ripetono, si inseguono e si confondono in trent’anni di storia.

Penso anche a Margherita Asta. A sua madre e i suoi due fratellini volati via troppo presto, in modo così cruento, brutale e ingiusto. Vorrei abbracciarla e dirle che tutto cambierà, ma quando? Non so rispondere ma ho ancora speranza, voglia di lottare.
Penso che questo paese dimentichi troppo in fretta il dolore di una famiglia che, in fin dei conti, dovrebbe essere il dolore dell’Italia intera. Un’Italia senza giustizia, senza equità, senza ricordi e, quindi, senza libertà.

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