Non si fanno i soldi sull’acqua di tutti

di ANDREA TRENTINI Comitato «Acqua bene comune» di Trento (L’Adige – 03.02.09)

Le idee sviluppate da Marco Merler, amministratore di Dolomiti Energia in un intervento pubblicato alcuni giorni fa sull’Adige, meritano una riflessione e mi pare che siano in linea con quelle utilizzate in altre parti d’Italia, ad esempio per giustificare il «sacco» delle risorse idriche esercitato da anni dalle multinazionali in Toscana.

Sappiamo che il processo industriale in corso di Dolomiti Energia trasformerà l’impresa in una multiutility che «diventerà una delle maggiori aziende elettriche del Paese», con oltre 700 milioni di euro di fatturato e una quotazione in borsa dietro l’angolo. Ha come partner la conosciuta A2A, multiutility – nata dalla fusione delle società municipalizzate di Brescia e Milano, già quotata in borsa e di cui fanno parte alcuni soci privati. Per quanto riguarda la gestione dell’acqua il futuro è incerto: Dolomiti Energia, anche nel nuovo formato super industriale continuerà nei prossimi anni a gestire circa la metà delle risorse idriche della Provincia di Trento o i Comuni si riapproprieranno di tale servizio nell’interesse dei cittadini? Le argomentazioni della amministratore delegato di Dolomiti Energia a difesa della gestione privata dell’acqua, oltre ad essere confutabili, lasciano trapelare, neanche troppo velatamente, il profondo interesse dell’impresa verso tale risorsa. Intanto dire che privata «è solo la gestione» è già un’ammissione di colpa: l’acqua è privata. Ideologico e fin troppo palesemente strumentale è sostenere che la proprietà dell’acqua rimane pubblica mentre la gestione può tranquillamente essere data in mano ai privati. Come se i singoli cittadini potessero liberamente scegliere di usufruire del servizio di Dolomiti Energia o approvvigionarsi direttamente dagli acquedotti. Poi c’è l’aspetto del monopolio naturale che non viene minimamente affrontato. Il cittadino non è libero di scegliere tra più di un gestore. E quindi non si tratta neanche della «liberalizzazione di un servizio» ma di lasciare a un singolo privato il «monopolio» in un settore di vitale importanza. L’obiettivo della politica, inoltre, è quello di far funzionare gli enti pubblici e dare al cittadino un servizio equo su cui nessuno deve fare profitti, per questo si pagano le tasse. Se i servizi pubblici vengono appaltati ai privati che paghiamo a fare i parlamentari, i consiglieri regionali, provinciali e comunali? Perché, allora, non privatizziamo scuole e università se i bassi costi di libri e d’iscrizione ci vengono «garantiti» da una qualsiasi multinazionale? Così per ospedali e altri servizi sociali. Il processo in atto nel nostro Paese è questo: spogliare le comunità dei beni comuni. Adesso è l’acqua. Domani saranno svenduti altri spazi, altri patrimoni che caratterizzano il tessuto sociale e la cultura di ogni comunità. Ecco perché in Trentino i cittadini si sono riuniti nel Comitato Acqua Bene Comune, nato per difendere l’acqua dalle privatizzazioni. Ecco perché sono in atto campagne di raccolta firme per spingere i Comuni a modificare il loro statuto e considerare l’acqua e la sua gestione «di non rilevanza economica». Ecco perché il 20 marzo una manifestazione nazionale riunirà tutti i cittadini a Roma per la ripubblicizzazione dell’acqua. Ecco perché le forze sociali del nostro Paese si stanno preparando a raccogliere le firme per un referendum. Ecco perché una legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua sostenuta da più di 400 mila firme (5 mila raccolte in Trentino) giace da due anni in Parlamento affossata dalle nebbie trasversali degli interessi partitocratici. È una battaglia di civiltà e di democrazia che vuole andare verso una gestione della sfera pubblica efficiente e a bassi costi che tuteli l’interesse generale. Una gestione pubblica e sociale dell’acqua, libera dal clientelismo partitico, e frutto della riappropriazione politica dei cittadini, potrebbe garantire, oltre a un servizio equo salvo dagli obiettivi del profitto, anche che questo bene nel tempo sia tutelato per le future generazioni. La missione di un ente pubblico, o meglio, di una nuova istituzione sociale, la cui proprietà sia semplicemente collettiva, è l’interesse generale dei cittadini e non gli interessi e i dividendi di una singola impresa che per statuto ha come obiettivo la remunerazione dei singoli soci e non certamente la tutela di un bene che è di tutti e di nessuno.

di ANDREA TRENTINI Comitato «Acqua bene comune» di Trento (L’Adige – 03.02.09)

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