Barriere architettoniche: la storia infinita e il sistematico menefreghismo delle amministrazioni

Una carrozzina appoggia al muro di un corridoio semibuio, difronte, un ascensore normalissimo, almeno apparentemente. Entro in una stanza luminosa, un appartamento ben arredato, la mobilia ed altri piccoli dettagli attirano la mia attenzione, tutto è più basso, più accessibile. Entro, la porta è aperta, Paolo mi sorride e saluta, siede davanti al suo computer, la sua finestra sul mondo mi viene da pensare ma Paolo in realtà, e fortunatamente, ha una vita piena e vivace. Eppure per molti non è così, per molti quella è davvero una finestra, una vita che loro non vivono ma guardano, osservano e immaginano. Mi incupisco per un attimo, ma poi guardo Paolo, penso alle cose che ha fatto, i posti che ha visitato e quanto nonostante tutto sappia assaporare ogni cosa profondamente, vivendo intensamente, forse anche più di me. Gli sorrido continuando a pensare al suo coraggio, la sua vitalità, la sua ironia e il suo spirito. Mi invita a provare la carrozzina sulla quale dovrò sperimentare, in prima persona, cosa significa muoversi per la città. Raccolgo volentieri, forse con leggerezza, l’invito.
Fuori è una giornata soleggiata ed afosa, l’appartamento invece è fresco. Mi siedo, appoggio i piedi sui supporti e tolgo il freno, qualche breve movimento per prendere confidenza. Sensazioni contrastanti, pensieri che si affollano nella mente. Provo a concentrarmi solo sulla carrozzina ma è davvero difficile non pensare a cosa significhi tutto ciò, a chi su quella carrozzina passa la sua esistenza.
Scendo in ascensore. Sola. Guardo le mie gambe, i miei piedi e penso, senza riuscire a mettere a fuoco nulla se non quel pezzo del mio corpo. Sono confusa, a disagio con me stessa. Improvvisamente e con un po’ di vergogna, all’interno di quell’ascensore, mi accorgo che sovrappensiero continuo a muovere le dita di quei piedi che ad un tratto mi appaiono così preziosi. L’ascensore si ferma, mi sembra passata un’eternità. Non vedo l’ora di uscire o, forse, solo di allontanarmi dal mio stesso imbarazzo.
All’esterno ci attendono in molti, nonostante il caldo e la splendida giornata, sembra che nessuno abbia rinunciato. Cittadini responsabili e ammirevoli, penso immediatamente con orgoglio e soddisfazione. Un breve momento per i saluti, Paolo spiega a tutti il perché di questa passeggiata fra le barriere architettoniche del centro città. Ci organizziamo e in un attimo siamo pronti a partire.
I primi metri su quella carrozzina sono divertenti, spensierati. Fra le parole e i sorrisi dei presenti sperimentiamo i primi movimenti, prendiamo confidenza e superiamo anche le prime buche, tutto in un atmosfera serena e gioiosa.
Alla fine della strada la prima salita ci attende. Sotto un sole cocente e in un sabato affollato, ci facciamo largo e, spingendo con forza su un terreno scosceso, arriviamo in cima. Sudati e affaticati, ci scambiamo all’istante le prime impressioni. Di nuovo la mia mente corre a chi, quotidianamente, si trova ad affrontare il mondo su quelle ruote. Sole, neve e pioggia, mi fanno immaginare quanto rare siano le giornate favorevoli ad un uscita, fatto per noi normale e rilassante magari.
Penso a quanto il mondo sia mutevole a seconda degli occhi che lo contemplano. Sto cambiando il mio punto d’osservazione lentamente e, non so, se ne sono del tutto consapevole.
Alla fermata del tram ci fanno notare come ci risulterebbe impossibile prenderne uno qualsiasi, manca il gradino del marciapiede per arrivare all’altezza della pedana. In poche parole, non ci viene garantita la parità, siamo bloccati lì. Guardiamo altri salire. Esterefatti, amareggiati, sconsolati e feriti. Subito penso a quanto poco costerebbe in termini economici risolvere la situazione in quella fermata. Manca la volontà, la sensibilità, non c’è altra spiegazione. Fa male ammetterlo e non posso fare a meno di sentirmi in parte colpevole.
Proseguiamo con il nostro giro. Incontriamo negozi che all’entrata presentano scalini o pedane impraticabili. In una libreria è a disposizione dei clienti in carrozzina un servoscala, ovviamente non mi tiro indietro, lo voglio provare. Mi accorgo subito che è uno strumento poco pratico, non sarei mai riuscita a salirci senza l’aiuto della gentile commessa che ha dovuto spiegarmene il funzionamento prima, e poi, aiutarmi a preparare il tutto per la discesa. Metto il freno, premo il pulsante e comincio a muovermi. Il primo mezzo metro è un esperienza surreale, sollevata da terra con gli occhi di tutti addosso, mi domando se non ci siano altri modi, sembra di essere trasportati da un muletto, come degli scatoloni. Provo a ripetermi con insistenza che è meglio di niente, non riesco a trovare consolazione in questo, mi giro a guardare Paolo. Lui non può scendere, la sua carrozzina è troppo pesante. Arrivo a destinazione ma, dove dovrei scendere, c’è un intralcio: un mobile che me lo impedisce. Dunque sono costretta a scendere all’indietro, da dove ero salita. Tolgo il freno e lentamente spingo indietro la carrozzina. Un attimo e sono a terra, gambe all’aria e schiena sul pavimento. Non mi sono fatta nulla. Lo scivolo della pedana era leggermente staccato da terra e questo ha causato il mio ribaltamento. Tutti si preoccupano per me e accorrono, molti non sapevano del mio stato reale. Intorno a me un bailamme apprensivo. Io mi alzo da sola, immediatamente, a me le gambe funzionano e non ho bisogno di aiuto. Non riesco ad ascoltare o a rispondere a nessuno lì per lì. Estraniata da tutto e da tutti riesco a pensare solamente a chi, nel mio caso, non avrebbe potuto rialzarsi, appoggiare un piede per evitare di sbattere violentemente a terra. Questo pensiero e le emozioni annesse mi accompagneranno durante ogni movimento su quella carrozzina per tutti gli spostamenti successivi in modo assillante. Risalgo alla stessa maniera al piano superiore, con il cuore gonfio d’angosce ed una rinnovata coscienza.
Proseguiamo nuovamente. Sulla nostra strada ci imbattiamo in chiese con porte pesantissime che non riusciamo ad aprire senza l’aiuto di qualcuno. Passaggi pedonali e marciapiedi che finiscono nell’assenza di scivoli o, peggio ancora, nel bel mezzo di cantieri a dir poco datati.
Entriamo anche in un supermercato, passando fra le corsie dobbiamo spostare alcune ceste di offerte che impediscono il passaggio. Eppure la cosa più stupefacente ci capita alla cassa. Paghiamo e ci accorgiamo che Paolo con la sua carrozzina elettrica non riesce a passare, transito troppo stretto. E’ tristemente costretto a tornare indietro per uscire dall’entrata, ripercorrendo in modo inverso l’intero supermercato. Lo guardiamo impotenti in quel suo itinerario solitario, con amarezza e stupore. Com’è possibile che queste cose non vengano calcolate in fase di costruzione?
Il nostro percorso continua, ormai abbiamo perso il conto degli esercizi commerciali dove non riusciamo ad entrare per un motivo o per un altro. Librerie, tabaccai, parrucchieri, gioiellerie, fiorerie, bar e negozi d’abbigliamento. Alcuni di essi sono franchising aperti da poco in città. Occasionalmente i commercianti ci dicono che hanno delle pedane, per lo più in legno, spesso inadeguate e pericolanti, ma sono comunque pochissimi. In rari esercizi commerciali ed edifici si riesce ad entrare senza alcun problema, magra consolazione.
Rifletto un momento, mentre osservo 18 cm di scalino all’entrata di un nuovissimo negozio di intimo, penso che lo shopping in carrozzina sia praticamente impossibile e inattuabile. Ribollisco di rabbia, mi angoscio e il mio sguardo continua a cadere su innumerevoli ostacoli. Sto acquisendo un a visione critica, penso che non guarderò più con gli stessi occhi queste vie del centro. Sono indignata, esasperata e contrariata da tutto questo.
Intravedo all’interno di un negozio, le commesse sorridenti e i clienti indaffarati fra gli scaffali, mi indispettiscono e mi irritano. Il mio umore non è più lo stesso di quando partimmo da casa di Paolo, non muovo più le dita dei piedi inconsciamente. Non sorrido più, nemmeno istintivamente. Qualcosa mi ribolle dentro, fra lo stomaco e i polmoni sento un peso che non è più il fiatone della prima salita. Mi accorgo che scuoto spesso la testa involontariamente, la mia disapprovazione si è fatta palese.
Giunge il momento di alzarsi da quella carrozzina. Non riesco a farlo con la stessa leggerezza con la quale mi sedetti poche ore prima. Durante quel brevissimo gesto sbircio verso Paolo e penso a quanto debba fare male vedere che noi ci alziamo, quantomeno ferisce me, che posso farlo. Non so se sia vergogna, dolore o semplicemente un affetto enorme verso di lui, sicuramente rafforzato dalla comprensione e dall’esperienza fatta. Poco dopo, il mio sorriso è tutto per lui, unitamente ad un grazie enorme e permanente. Mi ripeto “non finisce qui”, me lo prometto e riprometto.
Ringrazio ancora Paolo Simone, di cuore.

A distanza di quasi un anno la situazione è ancora la stessa, le stesse barriere, le stesse difficoltà, la stessa indifferenza da parte dei cittadini, degli esercenti e delle istituzioni, come dimostrano i mancati adeguamenti anche per quel che riguarda negozi di nuova apertura.
Nonostante l’impegno delle associazioni, nonostante alla passeggiata (avvenuta in maggio 2009) fossero presenti esponenti di diversi partiti ed anche i quotidiani locali ne abbiano parlato con insistenza, il Comune di Trento non ha ancora discusso l’unico “Ordine del Giorno” proposto l’agosto scorso dal Consigliere del Pd, Paolo Serra, con cui si chiede un intervento da parte dell’amministrazione comunale per risolvere il problema delle barriere architettoniche in città.

La mozione è visibile a questo link: http://www.comune.tn.it/trento/Trento65.nsf/6aa696c292e29d5ec125734700258286/a81d9e07c0f56f32c1257623004d6621/$FILE/20090101020.pdf

In questi giorni anche l’IDV locale si è mobilitata affinchè la situazione si risolva quanto prima.
In data 29 gennaio 2010 ha presentato un’interrogazione a risposta immediata al Consiglio provinciale in cui si sottolinea come, nonostante una legge specifica approvata già nel 1991, le violazioni alla stessa siano numerose in tutto il territorio provinciale sia per edifici e/o spazi pubblici che privati e ciò pur in presenza di uno specifico Ufficio Provinciale che ha come compito la gestione delle attività necessarie alla rimozione di dette barriere. Con questa interrogazione si chiede espressamente quali siano le ragioni che hanno rallentato e/o bloccato la piena applicazione.

L’interrogazione è visibile a questo link: http://www.consiglio.provincia.tn.it/documenti_pdf/IDAP_62728.pdf

Non avendo ancora ricevuto risposte, è stata stilata una petizione, destinata al Consiglio comunale di Trento, per ribadire (nuovamente) quanto il problema sia  inspiegabilmente sottovalutato e continuamente posticipato. Presso il Comune esiste una mozione che attende da tempo, nonché una lunga lista di segnalazioni di infrazione alla legge che sembrano essere cadute nel vuoto assoluto.  Come si fa notare, nel testo della petizione, spesso si tratta di piccole cose e non di imponenti opere di ristrutturazione e questo rende la situazione ancor più assurda. Proprio per questo motivo la petizione parla di vero e proprio menefreghismo delle amministrazioni ed intende portare avanti le ragioni di chi quotidianamente si trova ad affrontare ingiustificate difficoltà e mortificazioni morali per il solo fatto di doversi muovere in carrozzina.

Link alla petizione on-line: http://www.petizionionline.it/petizione/barriere-architettoniche-la-storia-infinita-e-il-sistematico-menefreghismo-delle-amministrazioni/756

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