La donna è ” mobile ”

Un’ articolo apparso sul quotidiano locale ” L’Adige” ha solleticato dapprima la mia curiosità e poi un moto d’orgoglio prettamente femminile.
dati riguardanti l’occupazione femminile  riportati  nell’articolo correlato  non fanno certo onore alla nostra Regione, e  trovano spiegazioni, non solo nella crisi economica, ma in una cultura tradizionalista, nella carenza di politiche familiari, ancor più evidente e impattante in un territorio geograficamente ostico, dove le attività economiche e industriali sono concentrate nei centri maggiori  che rende difficoltosa la mobilità e  un’utopia la flessibilità.

L’occupazione a tempo parziale è una prerogativa femminile, si sa, ma è una scelta o un ripiego?  o forse una necessità?  La vita professionale delle donne è  spesso frammentata, e la scelta di un contratto a tempo ridotto è una necessità per sostenere attività di cura  attività che dovrebbero essere a carico dello stato, della collettività. Spesso le donne sono costrette  a lasciare l’impiego per dedicarsi alla famiglia, alla cura dei figli e degli anziani, ma dopo queste parentesi, il rientro nel mondo  del lavoro diviene un’impresa epica  e allora, sfiduciate  smettono di cercare un’occupazione; si adattano a lavori saltuari, si trasformano in donne delle pulizie, baby sitter e badanti,  spesso a nero, continuando ad alimentare un circolo vizioso o se preferite virtuoso, in quanto fungono, loro malgrado, da ammortizzatori sociali, gratuiti o sottopagati, assolvendo la società, lo stato , dal dovere di garantire  il diritto fondamentale al lavoro e l’assistenza ai  più deboli.
I dati sull’occupazione femminile appaiono sterili senza  questo tipo di considerazioni; non tengono conto dell’assenza di strumenti di supporto nelle fasi di accesso, di transizione, di mobilità e reingresso, del fatto che pregiudizialmente  le donne sono le prime a pagare le crisi aziendali, e più spesso dei loro colleghi uomini, relegate  nel limbo del precariato. Non si può sottovalutare il fatto che la discontinuità lavorativa generi incertezza,  redditi bassi  e sottooccupazione, ma se le donne, mediamente più istruite  e motivate a tradurre in occupazione e professionalità l’investimento fatto nella formazione,  ma anche naturalmente designate a sostenere un incremento demografico, non vengono  sostenute con delle politiche adeguate,  e con una cultura d’impresa attenta a valorizzare, piuttosto che penalizzare, le risorse femminili, il rischio è quello che si produca un effetto di scoraggiamento, che le spinga all’allontanamento dal mondo del lavoro.

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